Scheda 41

[TAV. XIV] [Inv]: 34/R

Pittore veneto o lombardo, fine del XVII secolo Ritratto di Beatrice Martinengo di Canossa olio su tela, cm 226x146

iscrizioni: «BEATRICE MARTINENCO / CANOSSA 1690» restauri: Paolo Bacchin, 1996 esposizioni: Firenze, Il ritratto italiano dal Caravaggio al Tíepolo, 1911, 128.

Il grande ritratto a figura intera, in un tripudio di ricchi merletti e velluti, rappresenta la marchesa Beatrice Martinengo figlia del conte Bresciano Gerardo Francesco e della sua seconda moglie Margherita Martinengo di Navarino. Nel luglio 1658 andò sposa, quarantenne, al conte Luigi di Canossa, più giovane di oltre dieci anni, cavaliere della Chiave d'Oro, soprintendente del consiglio privato e provveditore generale del duca di Mantova. Ricordata per la sua generosità, Beatrice lasciò con testamento dei 22 marzo 1690 il suo patrimonio a favore della Santa Casa di Pietà di Verona, favorendo le Case dei Mendicanti e dei Derelitti. L’otto aprile successivo il consiglio cittadino dettava una grande lapide in pie tra rosa veronese a commemorare la magnanimità della nobildonna, e non è da escludere che in quella occasione commissionasse pure l'esecuzione di questo ritratto, datato a quello stesso 1690, cui sarebbe seguita di lì a un anno la morte di lei. È evidente nella tela lo scarto di interesse fra l'attenta descrizione dei tessuti e la resa minuziosa dei particolari rispetto alla scarsa definizione fisiognomica del personaggio, per cui manca ogni intento di analisi psicologica. Sui caratteri personali prevalgono infatti quelli generici di costume e di rango, e un’attenzione quasi maggiore viene accordata allo splendido brano di natura morta dei fiori nel vaso. L’aspetto fisico della donna, il suo abbigliamento e la presenza dei fiori d'arancio fanno pensare peraltro a un dipinto eseguito in occasione dei suo matrimonio, che può essere servito di riferimento per questo ritratto ufficiale, a più di trent'anni di distanza; un'opera che quindi, benché solo riflessa in questa sua tarda derivazione, si potrebbe ritenere pertinente alla cultura lombarda, in direzione di Bergamo o Brescia viste le origini della nobildonna. Vari elementi convergono, in questo senso, a confortare l'ipotesi del dipinto nuziale, come il rametto di fiori d'arancio nella mano destra e i ricchi giri di perle, di certo a segnare ricchezza e nobiltà di casato, ma anche trasparente segno simbolico di purezza. Di una tela che effigiava la marchesa resta infatti memoria nell'inventario della quadreria di palazzo Canossa steso da Biagio Falcieri e Santo Prunati nel 1687, subito dopo la morte del marito Luigi, tuttavia di certo non identificabile coi dipinto tuttora ivi presente, che è copia recente del ritratto in esame. La fortuna critica del dipinto, rimasto tuttavia poco noto fuori Verona, era iniziata in maniera brillante con la sua scelta tra le opere selezionate per la mostra fiorentina su Il ritratto italiano dal Caravaggio al Tiepolo nel 1911 a rappresentare, con un altro ritratto di provenienza Canossa, la scuola venera del Seicento.

 Bibliografia: GAMBA 1927, 128; FAINELLI 1937, 99; COPPARI 1992,34.

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