Scheda 34

[TAv. XII] [Inv]: 23/RE Pasquale Ottino, 1578-1630 Sacra famiglia con San Giovannino olio su tela, cm 13 1 x 107,5 iscrizioni: «ECCE AGNVS DEI» restauri: Giovanni Pedrocco, 1969 esposizioni: Verona, Progetto per un museo secondo, 1979, 84-85 n. 34.

Il dipinto risulta citato per la prima da Arslan nella sua catalogazione delle opere d'arte di Verona e provincia, redatta alla fine degli anni Trenta ma rimasta purtroppo incompiuta, dove veniva datato alla prima metà del Seicento e vi si individuavano «tendenze al modi dello Schedoni». Il restauro del 1969 ne ha per messo un sicuro riferimento all'attività di Pasquale Ottino da parte di Licisco Magagnato e Annamaria Conforti Calcagni, che pure non meritò al dipinto uno spazio nella sezione dedicata all'artista nella mostra del 1974 alla Gran Guardia. Spetta quindi a Sergio Marinelli (1979) la sua prima effettiva pubblicazione e disamina stilistica, sottolineandone il valore di aggiunta significativa al catalogo dell'Ottino, fitto a tutt'oggi di risvolti rimasti problematici. La composizione rivela ancora precedenti cinquecenteschi, con stretti agganci ai suoi esordi manieristici in qualità di fedele seguace di Felice Brusasorzi, nella cui bottega fu compagno di Alessandro Turchi. All'omaggio ancora esplicito a Paolo Veronese, con citazioni dalla pala Bevilaqua nel pappagallo a destra, alla base della lesena, si associano qui tuttavia degli accenti di decisa evidenza realistica dove il gruppo principale, portato al limite di una zona di luce che cade intensa dall'alto, acquista una solidità plastica nelle figure che parrebbe già rivelare l'esperienza del nuovo 'realismo' romano. Al diaframma buio dello spazio in ombra si dà comunque profondità con una seconda fonte di luce, una finestra che sfonda su uno scorcio urbano, presso la quale san Giuseppe è distolto per un attimo dalla lettura. Le indicazioni stilistiche porterebbero ad una datazione verso la fine del secondo decennio del secolo, se un preciso percorso cronologico del suo catalogo non fosse ancora reso difficile a stabilirsi dal sovrapporsi di diversi referenti figurativi. Fino alla morte, nell'epidemia di peste che decimò la popolazione veronese nel 1630, i suoi modelli continuarono infatti ad oscillare tra ricordi veronesiani, conoscenze emiliane - ma certo in direzione di Schedoni più che di Lanfranco - e luci notturne caravaggesche. Restano ancora da definire pure le modalità di provenienza della tela alla sua attuale collocazione, e la presenza di un dipinto del medesimo soggetto nella collezione dello speziale Nicolò Cusani - che nel 1678 la lasciava al proprio esecutore testamentario, l'orafo Antonio Bellis, morto nel 1720 (REPETTO CONTALDO 1991-1992, 708) - è una traccia ancora troppo labile per uscire dal campo delle ipotesi.

G.M.

Bibliografia: MARINELLI 1979, 84-85 n. 34; MARINELLI 1991 a, 62.

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