Scheda 32

[TAV. X] [Inv]: 93/RE Domenico Brusasorzi, c.1515-1567 Madonna con il Bambino e San Giovannino tra i Santi Giacomo e Lazzaro olio su tela, cm 228x161 iscrizioni: «ECCE AGNVS DEI» restauri: Sergio Stevanato, 1991.

La pala fu eseguita per l'altare dell'infermeria dell'ospedale dei Santi Giacomo e Lazzaro e risulta documentata da pagamenti al pittore nel maggio 1566. Benché sia certo l'opera più importante di sicura presenza a San Giacomo nel corso del Cinquecento, le vicende legate alla sua storia, nel silenzio delle fonti storiografiche, sono emerse solo ora dalle ricerche d'archivio di Marina Repetto Contaldo e dai documenti da lei pubblicati in questo catalogo (nota 47 e testo corrispondente). La presenza dei santi titolari e l'intervento di uno dei pittori di maggior prestigio nelle committenze chiesastiche nella Verona del suo tempo sembrava piuttosto sinora dar corpo all'ipotesi più lineare di una sua destinazione all'altare maggiore della chiesa. La studiosa ha invece evidenziato come la sua originaria collocazione, all'interno del complesso ospedaliero, venga anzi a sottolineare la limitata rappresentatività che la chiesa dell'istituto doveva rivestire agli occhi dei propri amministratori almeno fino ai grandi interventi settecenteschi (come dei resto già rilevato da Varanini per il Cinquecento [1993, 20-21]), considerata luogo di culto decentrato e in subordine rispetto agli altari situati all'interno dell'ospedale.

Il restauro di Sergio Stevanato (1991) ha confermato la presenza di un'estesa area centrale compromessa dalle tracce di bruciature subite, e in generale quella precaria situazione conservativa riscontrata già in antico, se nel maggio 1663 il priore Dal Bovo esprimeva la necessità di un intervento sulla tela, eseguito nel 1666 dal pittore Francesco Guerra come sulla perduta pala 'gemella' di Giuseppe dalla Corte. Un secondo restauro è documentato al 1754, quando il priore Francesco Sparavieri, avendola trovata «scrostata e perforata in forma di crivello», ne affidava il ripristino a Michelangelo Prunati, per farla poi trasferire in chiesa e collocarla, con la pala di Giolfino procurata da quest'ultimo, sopra le porte ai lati del presbiterio, entro cornici dorate, a coronare il rinnovo dell'edificio. Fu probabilmente con l'intervento di Prunati che uno spesso strato di mestica venne applicato sul retro della tela per consolidarla senza rifodero ma che, filtrata poi nell'imprimitura, ha causato alterazioni cromatiche, cui poi si aggiunsero, in anni recenti, estese cadute di colore per umidità. Recuperato così a una nuova leggibilità da una situazione conservativa che sembrava ormai compromessa, il dipinto sorprende in rapporto alla sua cronologia, estrema nel catalogo dell’artista, denunciando un ripiegamento espressivo verso moduli proto-manieristi, a documento di un'involuzione finale a ridosso della morte. La composizione è serrata e racchiusa in uno spazio architettonico compresso, la cui struttura prospettica poteva peraltro essere in rapporto con l'ambiente della sua collocazione originaria, quell'infermeria femminile i cui lavori cinquecenteschi furono ordinati dal priore Giovanni della Torre, suggerendo così una possibile ipotesi a giustificare la presenza del Battista bambino (non riscontrabile negli altri dipinti dedicati ai santi eponimi dell'ospedale) in relazione al nome del committente. La figura di san Lazzaro rivela tuttavia una dinamicità che presuppone esperienze manieriste, con citazioni dalla veronesiana pala Bevilacqua. Lo stesso schema romboidale nel disporsi delle quattro figure è riscontrabile nella pala Serego di Orlando Flacco del Museo di Castelvecchio, datata a quello stesso 1566, con soluzioni compositive che ricorrono nella Madonna con le Sante Orsola e Scolastica di Domenico Brusasorzi, pure al Museo, anch'essa dipinta in quell'anno per Santa Caterina della Ruota, a testimoniare, pur nell'involuzione, una contemporaneità di fenomeni.

C.M.

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