Scheda 31

[TAv. VIII] [Inv]: 6/S

Intagliatore veronese del XVI secolo (bottega dei Giolfino)

Madonna

scultura in legno di frutto, cm 102x58x41 esposizioni: Verona, Mostra d'arte religiosa popolare, 1942

restauri: Maurizio Tagliapietra, 1995.

La scultura, originariamente una Madonna con il Bambino, quest'ultimo ancora esistente a Castelvecchio durante l'esposizione nell'allestimento curato da Antonio Avena negli anni Venti, si presenta ora appesantita da una ridipintura sei-settecentesca, soprammessa, con la preparazione a bolo bianco, nel corso di un restauro all'originaria lamina d'argento ed alle finiture azzurre dei manto. Anche il volto risulta appiattito, per la contemporanea probabile rimozione della policromia originale dell'incarnato. Forse a quell'intervento o ad una manutenzione ottocentesca è imputa bile anche l'aggiunta delle due ciocche di capelli bipartite al centro, che non trova riscontri nell'iconografia scultorea della Vergine nel Cinquecento ma che accentua il sapore popolareggiante così caro alla lettura che la critica otto-novecentesca fece della scultura lignea.

L’opera presenta una certa incongruità nell'intaglio tra la porzione superiore, essenziale e quasi priva di giochi di pieghe e pertanto di diversi piani di profondità, e la porzione inferiore, manieratamente giocata su viluppi arrotondati della veste. La visione laterale evidenzia in maniera palmare tale discontinuità. Il retro, lavorato sommariamente a larghe cannellature, sembra non essere stato originariamente dipinto. La discontinuità stilistica della scultura è dovuta all'assemblaggio, in sede di progetto esecutivo, di due modelli. il primo, ligneo, deriva dalle immagini ancora quattrocentesche dell'intagliatore veronese Giovanni Zebellana (ERICANI 1991), impostate, secondo modelli post-mantegneschi e moroniani, con uno schema frontale richiamato dalle mani giunte davanti al petto. Il secondo, invece, risente di un aggiornamento sulla scultura veneziana di primo Cinquecento e sembrerebbe avere avuto a modello la Madonna con il Bambino in marmo del portale del palazzo vescovile di Verona, recentemente riferito allo scultore luganese, naturalizzato veneziano, Giovanni Buora ed eseguito nel 1502 (MARKHAM SCHULZ 1983). Rispetto al modello, rivisitato nella caduta a gore della veste, ancora più accentuata appare qui la rotondità delle vesti secondo modelli post-sansovineschi.

Malgrado l'impianto semplificato, quindi, la scultura dovrà collocarsi pienamente addentro al Cinquecento. Il confronto con altre sculture, tutte inedite, che qui si ipotizza possano costituire un corpus unitario, dovrebbe circoscrivere l'ambito esecutivo e la datazione. Un immediato raffronto è possibile, infatti, istituire con un gruppo di analogo soggetto conservato nella parrocchiale di Illasi (Verona) (Sopr. BAS Veneto, scheda di cat. 05/00045238), anch'esso pesantemente rigessato e ridipinto, ove alla medesima impostazione frontale fa seguito un analogo intaglio degli occhi, appiattiti ma evidenziati da sottili segni dei sopraccigli e delle palpebre e del grande globo oculare. Caratteri analoghi, se pur appesantiti nell'intaglio delle braccia e delle vesti, presentano i volti di due Madonne con il Bambino, la prima trafugata dalla parrocchiale di Albaredo, la seconda conservata nella parrocchiale di Magno di Gardone Valtrompia (Brescia). La data 1526, apposta sul trono di quest'ultima, costituisce una data di riferimento per l'esecuzione della più raffinata scultura veronese.

Le accentuate rotondità dell'intaglio, del naso e delle vesti della porzione inferiore, sembrano trovare precedenti nella produzione di Antonio Giolfino, autore documentato della Madonna con il Bambino di Riva del Garda (GHETTA 1991; ERICANI 1991) ed anche, per associazione stilistica, dei gruppi di Rovereto e Sirmione, a suo tempo avvicinati anonimi a quella (PASSAMANI 1967; RASMO 1982). L’artista risulta morire nel 1510, non senza aver lasciato in eredità una consistente bottega. La produzione del figlio Francesco, nota da una bella Testa di Cristo, pubblicata nel 1904 da De Fabriczy nei Musei di Berlino, sembra di qualità più alta. Rimanevano, in bottega, i fratellastri Giovanni, morto nel 1523, Girolamo, vissuto fino al 1555 ed il nipote Agostino, morto anch’egli nel 1555 (BIADEGO 1894). Di nessuno di questi è nota e documentata alcuna opera che possa permettere un raffronto stilistico con quella che qui presentiamo, certamente eseguita nell'ambito di questa bottega.

 G.E.

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