Scheda 27 [TAV. V] [Invj 25/RE Ambito
di Giovanni Badile (c. 1379-1448/5 1) Madonna
dell'Umiltà restauri:
Maurizio Tagliapietra, 1995. La
tavoletta figura nell'inventario delle opere della collezione dei fratelli
Alessandri, lasciata in legato, assieme ai loro beni, all'Ospedale Civile. Sinora
sfuggita alle indagini critiche tese a ricostruire il panorama della cultura
figurativa tardogotica veronese, con la sola eccezione della Sandberg
Vavalà e di una recente puntualizzazione di Lucco, si presenta, dopo il
restauro in occasione della mostra, come una delle opere più interessanti
della collezione e in grado di portare nuovi elementi alla conoscenza
della produzione pittorica a Verona nell'ambito di Giovanni Badile. La
Vavalà, cui era nota per la sua recente esposizione a Castelvecchio -
con un deposito temporaneo che durò dal 1920 al 1964 (e dove fu inventariata
al n. 2068), racchiusa in un altarolo ligneo di cui si è persa traccia
ne sottolineava la fattura frettolosa e sommaria, riconoscendole peraltro
la finezza dell'elaborato profilo del manto, in cui leggeva derivazioni
da Stefano. Da una diversa angolatura, Lucco (1986), suggerendo una nuova
scansione cronologica del catalogo di Giovanni Badile - che ha come unici
termini certi la firma, ormai comunemente accettata come autografa, del
polittico dell’Aquila a Castelvecchio e il ciclo di affreschi in Santa
Maria della Scala, documentati al 1443 assegnava il dipinto all'attività
di un pittore della generazione coeva alla pisanelliana Madonna della
quaglia, dai modi stilistici leggermente divergenti da quelli di Badile,
ma sufficientemente omogenei e riconoscibili da potergli attribuire le
due piccole Madonne su tavola, dall'impianto esattamente speculare, conservate
una a Castelvecchio (già in collezione Monga, cfr. MARINELLI 1979) e l'altra
a New York in collezione Suida. E sotto il nome convenzionale di Maestro
della Madonna Suida proponeva ultimamente di riunire le due tavole anche
Ester Moench (1989), riconoscendovi l'affiorare più esplicito dello spirito
espressivo tipico del Badile. Quelle due piccole tavole a fondo oro sono
quindi in rapporto diretto con quest'altra Madonna-bambina, che appare
tuttavia più solida e meno aggraziata da finezze cortesi,
ma loro stretta parente per l'uguale resa dei volti, dagli occhi piccoli
e allungati. Una sua datazione precisa, ai margini di una produzione ancora
non ben definita, l'avvicina al crocevia cronologico della pittura a Verona
d'inizio Quattrocento, con la presenza di Stefano e Antonio Pisano durante
gli anni Trenta, e si rivela questione nodale, che coinvolge la direzione
in cui legge i debiti espressivi di Badile e la sua cerchia, dapprima
strettamente fedele a Michelino e alla tradizione lombarda, e che in seguito
va aprendosi a valori di maggior naturalismo. Proprio tra il quarto ed
il quinto decennio, a ridosso degli affreschi in Santa Maria della Scala,
Badile si accosta, sovrapponendoli, ai modi di Stefano e Pisanello. Il
restauro ha rivelato la presenza nella tavola di zone ridipinte, in corrispondenza
della vegetazione alle spalle della Vergine, e ha evidenziato come intervento
posteriore l'esecuzione delle stelle dello sfondo e di tutta la decorazione
dorata del manto, che penalizza l'aspetto generale dell'opera, peraltro
di grande finezza negli incarnati e nell'oro dei nimbi. Alle spalle della
Vergine il profilo della vegetazione segue l'andamento di un'archeggiatura
polilobata, sottolineata da colpi di luce, elemento comune a tante Madonne
coeve, così come il doppio cuscino su cui siede, in questo caso poi coperto
come un pentimento. G.M. Bibliografia: SANDRERG VAVALA 1926, 327-328; Lucco 1986, 114 |
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