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Scheda 25 [TAv. m] 'Messaggi dell'abbandono' e contrassegni della speranza ASVr,
IE, «Filo fedi bambini esposti» n. 64A-65A [anno 1823] e 872A-873A[anno
1826]. La numerazione è provvisoria. Fu una pratica corrente, sin dal tardo Medioevo, quella di accompagnare i bambini abbandonati con dei messaggi indirizzati all'istituto di destinazione talvolta conservati nella documentazione d'archivio della tarda età moderna - e con dei segni di riconoscimento. I biglietti, cuciti nelle fasce e nelle cuffiette, riportano in genere il nome del bambino, talvolta le motivazioni dell'abbandono, nonché raccomandazioni e richieste che sovente adottano formule stereotipate: i genitori, analfabeti, ricorrevano infatti a intermediari come i parroci e gli operatori sanitari (mammane e eventualmente chirurghi) che suggerivano e scrivevano frasi uniformi. Questi messaggi contengono di norma la dichiarazione di avvenuto battesimo (o la richiesta che esso venga impartito) e in qualche caso la promessa, ben di rado mantenuta, di riprendere il proprio figlio, lasciando intendere che l'abbandono era temporaneo (DORIGUZZI 1983). Anche i biglietti accompagnatori possono configurarsi di per sé come segni di riconoscimento, perché quasi sempre indicano il nome del bambino - assegnato o. da assegnare, come si è detto - e l'espositore può conservare una copia del messaggio. Ma oltre al biglietti, anche veri e propri segni di riconoscimento accompagnavano l'esposto. Si tratta di oggetti di vario genere (stampe di soggetto sacro, medaglie, monete, carte da gioco, pagine di libro ... ) tagliati a metà in modo da permettere - se ricomposti in unità - il riconoscimento, se e quando i genitori fossero stati in grado di riprendere con sé il proprio figlio. Per quanto riguarda Verona, le filze archivistiche che raccolgono queste fedi di riconoscimento, denominate fili-fede, sono conservate nel fondo Istituto Esposti dell'Archivio di Stato di Verona, che le ha recentemente acquisite. Il materiale è estremamente frammentario per larga parte del Settecento, e acquista progressivamente consistenza (alcune centinaia di pezzi all'anno) per gli anni finali del secolo; è poi coperta buona parte del secolo successivo, sino agli anni Sessanta dell'Ottocento.
Generalmente, ogni unità comprende oltre all'oggetto e al biglietto allegato
anche un modulo pre-stampato, con rinvio al re~1stro d'ingresso degli
esposti. Punto di riferimento per lo studio di questo materiale, che consente
di registrare in 'presa diretta, con grande freschezza ed immediatezza,
le motivazioni che portano all'abbandono ed apre spiragli su aspetti interessanti
della 1 cultura' popolare, è per Verona l'indagine di CAPPELLETTO 1983,
l'unica sinora prodotta sull'abbandono dei bambini in età moderna nella
Casa di Pietà veronese (il cui bacino di utenza, come è noto, comprendeva
oltre al territorio veronese anche il Trentino). Per ricerche in altri
contesti locali, cfr. BETRI, Gosi 1980. Secondo una diffusa interpretazione
storiografica, raccomandazioni e segni di riconoscimento attesterebbero
le preoccupazioni dei genitori per la sorte futura del bambino, rinvierebbero
ad un loro sentimento e partecipazione emotiva, ad un desiderio di non
recidere definitivamente il legame. In quest'ottica, l'abbandono si configura
non come un gesto di comodo, ma come una scelta dolorosa che i genitori
compiono perché costretti. Altri storici si domandano invece se queste
pratiche non siano indice di una consuetudine imposta dalla pressione
sociale della collettività, piuttosto che derivare da un sincero affetto
verso la prole. Naturalmente è impossibile, o molto difficile, verificare
sentimenti e intenzionalità dei genitori che lasciano messaggi o contrassegni.
Tuttavia la possibilità di abbandonare il figlio senza lasciare indizi
della maternità e della paternità (alcuni esposti infatti erano privi
di questo tipo di 'corredo') induce ad avvalorare la seconda ipotesi (DORIGUZZI
1983; ROBIN, WALCH 199 1). È verosimile che i contrassegni accompagnassero
in particolare i bambini legittimi. Questa ipotesi appare convincente
se teniamo presenti le motivazioni che determinavano l'abbandono. Quello
dei figli illegittimi è generalmente indotto dalla condanna morale della
collettività e dal conseguente disagio; quello dei figli legittimi, ovviamente,
da cause materiali. li comune denominatore è in ogni modo l'indigenza,
strutturale o congiunturale, testimoniata anche dall'abbigliamento, misero
ed essenziale, dei bambini abbandonati. Per non fare che un esempio, nel
Seicento un Ambrogio di anni 3 viene raccolto dalla cuna posta davanti
alla Domus Píetatis veronese «vestito con camisa veladina a righe, braghine
a righe di tela e con scarpette strazze, il tutto vechio » (ASVr, IE,
reg. 146, c. 98r). Nella
prima tipologia di abbandono, l'anonimato salvaguarda l'onore della madre;
nella seconda esenta i genitori dal versare all'istituto le spese di mantenimento
dei bambino previste dalle norme statutarie. I genitori quindi tendono
a non lasciare tracce della loro esistenza. I due oggetti esposti risalgono
al 1823 e 1826. Si dà qui, a titolo esemplificativo, la trascrizione della
annotazione che accompagna il filo fede del 1826: «Nel giorno del 17 ottobre
1826, alle ore sette, è stato consegnato dalla comare Polli un fanciullo,
à per nome Allesandro, Enrico». M.G. Bibliografia:
BETRI , Gosi 1980;CAPPELLETTO 1983, 421-443; DORIGUZZI 1983, 445-486;
ROBIN,WALCH 1991, 981-991. |