Scheda 7 [TAV.
Il] Compendiosa istruzzíone dell'origine etfondacione e progressi dei
ven. Colleggio di S. Maria di Domo in contrà di S. Maria della Fratta
et dell'Hospítal di S. Anna uníto e íncorporato con altro de SS. Bovo
e Gotardo dalla Stella ... ASVr,
S. Bovo, reg. 1, manoscritto cartaceo, secc. XVI e xviii, min 370x250,
cc. x + 119. Scritto in due momenti successivi nel 1567 e nel 1704-1705,
decorato con numerose immagini dipinte a tempera. Legatura in cuoio con
borchie metalliche e fermagli. Carte e legatura restaurate, con integrazioni,
nel 1987. Manoscritto
di forte interesse sotto più aspetti: la storia della congregazione dei
Disciplinati e Battuti, le loro Regole prima e dopo la riforma del 1590,
le notizie intorno ai restauri, alle fabbriche, ai nuovi altari nelle
chiese di Sant'Anna (detta San Bovo) e della Disciplina, la quantità e
la piacevolezza delle immagini, veri e propri documenti visivi. Lo
scritto di Persana termina bruscamente con il finire della carta 43, lasciando
incompleta la frase (per la perdita forse di una carta), e solo nel 1704,
quasi un secolo e mezzo dopo, il periodo sospeso viene concluso da un
successivo scrittore, che poi fa uno stacco, va a pagina nuova e si dichiara
come il cancelliere della compagnia. Si tratta di Francesco Brusco (lo
si ricava a carta 44v, dove sono riportati nome e incarichi dei confratelli
in quel tempo) che con gli stessi intenti di integrità e conservazione
dei privilegi del pio luogo, «et aciò mai si perda la memoria dei benefattori»,
rP prende la scrittura dedicando attenzione a preservare il più possibile
l'unitarietà del libro, a non evidenziare troppo la pausa secolare, a
mantenere il «metodo stesso», cioè il precedente disegno della pagina.
Gli è possibile disponendo anch`egli di un illustratore, ma è evidente
che molto si deve al suo gusto e alla sua diligenza: aggiunge le carte
necessarie ad una continuazione futura, ben più in là di quell'inizio
di secolo e oltre la sua stessa vita (non poteva immaginare la non troppo
lontana fine della compagnia), sicché venticinque fogli resteranno bianchi;
aggiorna l'indice, pone un frontespizio. Sfogliando
il volume dall'inizio, incontriamo dapprima le sei tavole dei santi protettori
entro cornici e fregi con fiori e teste di putti: san Raniero, frate perugino
cui andrebbe il merito di esser «l'autore et principa12inventore di questa
disciplina», lo stesso Raniero che presenta alla Vergine i Disciplinati,
la Vergine in trono (santa Maria de Domo), sant'Anna con la Vergine e
il Bambino, san Bovo, san Gottardo. Nel 1457, infatti, il vescovo Ermolao
Barbaro, «annexe, congionse, unitte e incorporò, anzi in uno solo ridusse,
gli hospitali di s. Bovo e santo Gottardo alla Stella e di Santa Anna...
quali erano divisi et separati... con l'hospitale devoto di S. Maria de
Domo». Queste
prime tavolette sono di buona fattura, il segno è netto, il colore squillante
e chiaro, il paesaggio semplice e suggestivo, ed elementi caratterizzanti
sono la staticità delle figure, il realismo dei dettagli botanici, i sassolini
sul terreno, i fili d'erba, la conformazione delle rocce, il rigido panneggio
dei manti, la decorazione degli sfondi. La
serie è assai gradevole, ma sorprende non poco trovarla in un contesto
tardo cinquecentesco. Tanto da far credere, in un primo momento, che le
carte fossero qui trasferite da altro volume anteriore di alcuni decenni,
e contornate poi dai fregi, questi sì, stilisticamente aggiornati. Ma
non si comprenderebbero allora alcuni stilemi per nulla arcaici come ad
esempio le larghe ciocche di capelli biondi di san Bovo, pettinate in
avanti come le portano gli dei e gli eroi di Giulio Romano. Si può supporre
che l'ignoto maestro fosse un vecchio pittore formatosi all'inizio del
secolo in una bottega di solida tradizione e magari di gusto non troppo
aggiornato, così da tramandare, nell'età della maniera, modi e staticità
ancora quattrocenteschi. Congettura non sufficiente a giustificare il
curioso impianto prospettico delle tavolette con la Vergine e sant'Anna:
la prima, assisa in un trono ancora gotico, è spazialmente organizzata
come lo sarebbe stata una Madonna del Trecento; la seconda vede distribuite
le dimensioni degli attori in misura inversamente proporzionale alla distanza
da chi guarda una minuscola Vergine, che regge il Bambino, è sulle ginocchia
di una gigantesca Anna. Si direbbe che i pittore incontri una certa difficoltà
nel collocare le fi gure nello spazio chiuso, o, chissà per quale determinazione,
non intenda seguire regole di prospettiva or mai secolari. Forse la spiegazione
sta nel fatto che le immagini siano state trascritte da codici di epoca
pre cedente, o siano state parzialmente ispirate ad analoghe più antiche,
venerate nelle chiese del complesso della Disciplina. LANCENI
1720, 127, e DALLA RoSA 1803, 30, ricordano infatti, nella chiesa di Sant'Anna,
un antico rilievo con la santa, la Vergine e il Bambino e un dipinto con
san Bovo a cavallo, che è probabile avesse rimpiazzato una paia più antica;
Lanceni lo attribuisce a Giambattista Rossi, il Gobbino (dello stesso
parere sono BLONCOLINI 1750, in, 200, e MARINI 1797, 39) mentre Dalla
Rosa lo ritiene di Bartolomeo Signorini. Domenico
Amigazzi, di vena decisamente corsiva compare negli estimi della contrada
della Fratta ne 1681 quando ha 4 anni (ASVr, Comune, Anagrafi regg. 342-344)
ed è presente nel 1716 alla pubblicazione dei testamento dei padre (ASVr,
Testamenti, mazz( 316, n. 55); un anno dopo, nel 1717, indora due cornici
ovali in legno scolpito per la Magistratura de Mercanti di Bolzano (CANALI
1948, 71) ma, come in dorador, risulta già attivo a San Giacomo nel 1713
(Repetto Contaldo in questo catalogo, nota 19). Benché
il testo scritto non sempre trovi il parallelo nelle figure, entrambe
le serie delle immagini trasmettono sapide testimonianze di vita della
comunità e di vita civile. Amigazzi, in particolare, usa il pennello come
un obiettivo, con intenzioni documentarie e realistiche. Il
primo illustratore, oltre ai Disciplinati, ritratti talvolta con i flagelli
con cui si percuotevano per penitenza (cc. 25, 30, 42v), rappresenta dogi
e vescovi, vicari e podestà, largitori di benefici e privilegi. Spesso
accanto alle statiche figure, che occupano solo una piccola parte del
rettangolo dedicato alla pittura, ricava due fasce laterali e con spiccato
senso della decorazione dipinge motivi a fiori, rami foliati, cornici
intrecciate ed altri temi che richiamano le tappezzerie o le pitture decorative
delle pareti, e ciò potrebbe fare indovinare la professione quotidiana
del nostro pittore. Unica memoria visiva rimastaci delle perdute fabbriche della Disciplina e di Sant'Anna, è la serie delle immagini che illustrano i lavori seicenteschi. Non è mai data, nel volume, indicazione degli artefici, pittori o lapicidi; in compenso le figure costituiscono testimonianze certamente attendibili, visto l'intento documentario dell'autore, provate anche dalla corrispondenza spesso verificabile con il testo. Nel 1590 si aprono due portelle e si costruisce un nuovo altare nella sacrestia di Sant'Anna: è sormontato da un dipinto (c. 47v) con Vergine in gloria d'angeli adorata da due confratelli in saio (un dipinto simile è descritto da Dalla Rosa nel Catastico del 1803). Nel 1595 è la volta del sepolcro comune, nel suolo di Sant'Anna (C. 86v); ma è nel Seicento che un fervere di lavori modifica radicalmente il complesso. Anzitutto, nel 1627, «atrovandosi diverse case e fondi tra li confini delle due chiese», si rifabbrica e si rimoderna, dando luogo ad udunica costruzione interposta tra le facciate gemelle delle due chiese. La veduta della bianca architettura che dava sul Corso, oggi purtroppo distrutta, e che incorporava elementi pregiati delle fabbriche precedenti, come i portali gotici delle chiese, è a c. 73. La grande porta a tutto sesto dell'edificio centrale è ora inserita nell'ala nord-orientale dei museo di Castelvecchio.
Nella
chiesa della Disciplina un nuovo altare in marmo è dedicato a san Giuseppe
nel 1664, con una pala che, nella riproduzione di Amigazzi (c. 82), riesce
di non sk.urissima lettura; credo comunque si tratti del Transito di San
Giuseppe, menzionato da Dalla Rosa nella chiesa di Sant'Anna: lo lascia
credere il fatto che anche il crocifisso ligneo della Disciplina era,
ai tempi di Dalla Rosa, migrato a Sant'Anna. Non
c'è traccia, nelle immagini, di come vestivano i Disciplinati fuori dalla
Compagnia, ed è il testo a soccorrerci: «fuori dal loco si lascino gli
stratagli et superfluità» (c. 55), si indossino «vestimenti fatti senza
crespe né filze, ma schietti et destesi, senza chorde, binde, overo ligature
di seda» (c. 66v). 1 confratelli erano esortati a preferire pelle d'agnello
e borse di corame senza ornamenti, e dovevano evitare i vani profumi,
come il muschio, inconfondibili segni di uomo effemminato, CI per giunta,
era loro vietato anche di frequentare osterie e di cedere al gioco, perché
«quelli che si danno in preda alle crapule et ebrietà, traboccano in mille
peccatazzi» (c. 56). Nelle figure si susseguono autorità civili e religiose,
nelle fogge cinquecentesche e settecentesche, con una ricchezza di dettagli
tale da costituire quasi un trattatello di moda per immagini. Nessuna
donna compare nelle figure. Eppure anche le donne erano ammesse nella
confraternita, purché vi fosse «consentimento et licentia de' suoi mariti»:
lo prevedevano esplicitamente le regole dei 1448 (c. 26v). Anzi era loro
riservato un trattamento di riguardo: «donne et sorelle di essa schola
che saranno gravide debbino star ociose et senza far cosa alcuna» (c.
27). Probabilmente la loro presenza era diminuita con il passare degli
anni, tanto che nelle regole riformate del 1590 non v'è menzione a consorelle,
e a ripercorrere il manoscritto, se ne ricava l'impressione di una congregazione
tutta maschile. G.C. Bibliografia:
B. VARANINI 1988. |